La Cina non si limita a costruire nuovi mezzi militari: sta ridisegnando il modo di concepire il campo di battaglia. Il recente test del drone Jiutian, grande velivolo senza pilota sviluppato per impieghi civili e militari, va letto soprattutto in questa chiave. Non come un singolo programma industriale, ma come un segnale della trasformazione in corso nella dottrina operativa di Pechino.
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Super drone
Jiutian è un Uav (Unmanned aerial vehicle) di grandi dimensioni, capace di trasportare carichi rilevanti e di restare in volo per molte ore. Ma l’aspetto più significativo non è la stazza, bensì la funzione: il drone nasce come piattaforma madre, pensata per rilasciare e coordinare altri velivoli più piccoli durante una missione. Un nodo volante, più che un’arma tradizionale.
Questo modello riflette una tendenza sempre più evidente nelle forze armate cinesi: puntare su sciami di sistemi autonomi per saturare le difese avversarie, ridurre i costi operativi e limitare l’esposizione umana. In uno scenario del genere, il valore non sta nel singolo mezzo, ma nella rete che lo circonda: sensori, collegamenti dati, capacità di comando distribuito.
Nuova strategia
Dal punto di vista strategico, la logica è chiara. Sistemi di difesa aerea sofisticati e costosi possono essere messi sotto pressione da attacchi coordinati di droni relativamente economici, difficili da individuare e intercettare tutti insieme. È un ribaltamento dell’equilibrio classico tra attacco e difesa, già al centro delle analisi militari dopo i conflitti recenti.
Il fatto che Jiutian venga presentato come piattaforma dual use rafforza ulteriormente il messaggio. Le missioni civili – dal soccorso alla logistica – consentono di testare tecnologie e procedure in tempo di pace, creando una continuità operativa che amplia la base industriale e addestrativa. Una strategia che riduce il confine tra civile e militare e accelera l’adozione di nuove capacità.
Sistema coerente
Per l’Occidente, e per l’Europa in particolare, il segnale è evidente. La competizione non riguarda solo il numero di mezzi o le prestazioni pure, ma la capacità di integrare droni, dati e decisioni automatizzate in un unico sistema coerente. È su questo terreno che si misurerà una parte decisiva della sicurezza futura.
Il volo di Jiutian non annuncia un’arma pronta all’uso immediato. Annuncia qualcosa di più profondo: l’ingresso in una fase in cui il dominio aereo passa sempre meno dal pilota e sempre più dall’algoritmo. E la Cina vuole essere tra i protagonisti di questo nuovo equilibrio globale.






