IL PAPER

Detriti spaziali, un “modello” per la circular space economy

A firma di Ryan Leonard e Ian Williams dell’Università di Southampton un metodo di calcolo per stimare valore e impatto dei “rifiuti” in orbita finalizzato alla messa a punto di strategie preventive per l’uso efficace delle risorse, l’abbattimento dei rischi e il monitoraggio anche ai fini dell’allarme clima

08 Nov 2022

Nicola Desiderio

Una sana economia circolare dello spazio ha un potenziale di business che va da 600 a 1.200 miliardi di dollari. Lo afferma Viability of a circular economy for space debris, studio pubblicato sul numero 155 della rivista Waste Management e firmato da due ricercatori della University of Southampton, Ryan Leonard e Ian D. Williams.

Almeno 5.300 tonnellate di detriti

Il documento dà dunque una valutazione economica di un fenomeno che, come spesso accade, da problema può trasformarsi in opportunità se si affronta nel modo giusto. Lo studio fornisce anche una valutazione in termini di massa e in questo caso la forbice varia da un minimo di 5.312 ad un massimo di 19.124 tonnellate con un’ipotesi mediana di 6.978 tonnellate.

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La sindrome di Kessler in agguato

Una quantità comunque enorme di materiale, destinata a crescere ulteriormente in modo esponenziale se non si attuano misure tecniche preventive e si mettono in campo una gamma di servizi orbitali che possano tenere il fenomeno sotto controllo evitando quella che gli esperti chiamano sindrome di Kessler, dal nome di Donald J. Kessler, il consulente della Nasa che per primo lo definì e descrisse.

La space economy conservi se stessa

La sindrome è una reazione a catena avviata da un urto che diventa inarrestabile coinvolgendo tutti gli oggetti presenti in bassa quota: dunque detriti, migliaia di satelliti e le stazioni spaziali come la Iss e Tiangong. Un pericolo per la space economy stessa delle cui dimensioni si ha contezza immediata se si pensa che la sola Fcc ha ricevuto negli scorsi due anni domande per 64mila satelliti per telecomunicazioni.

I dati Esa di Discos

Per arrivare alle loro conclusioni, Leonard e Williams si sono serviti di Discos (Database and Information System Characterising Objects in Space), l’archivio dell’Agenzia Spaziale Europea che cataloga gli oggetti nello spazio, tra cui 7.784 satelliti “defunti” più centinaia di milioni di detriti dalle dimensioni più disparate, ma la cui energia distruttiva è data dalla loro velocità (circa 7 km/s).

La spazzatura è una miniera

Basandosi sulle informazioni costruttive dei satelliti, gli studiosi hanno ipotizzato che i rottami sparsi nello spazio contengono alluminio per il 30%, lega al 25%, acciaio (5%) anche se le parti più preziose sono il 15% di titanio, il 10% in rame per finire con oro, argento e nickel, ciascuno presente per il 5% della massa totale di questa ricca spazzatura che comprende anche un 30% tra materiali compositi, polimerici e ceramici.

Satelliti interi abbandonati

Il suo valore è dunque enorme e si somma anche a quello di satelliti che, per intero o guardando alle loro singole parti, sono totalmente recuperabili per essere smontati e ricondizionati tornando così operativi, nello spazio così come in altri utilizzi terrestri, secondo quello che è il loro livello tecnologico relativo a quello odierno o richiesto dalle applicazioni spaziali contemporanee.

Servizi per 4,4 miliardi nel 2030

Secondo gli studiosi britannici, prendendo solo l’ipotesi più conservativa, si potrebbe avviare un’economia di servizi orbitali in grado di sviluppare un giro d’affari valutato prudenzialmente in 4,4 miliardi di dollari entro il 2030 e la creazione di 15.100 posti di lavoro solo per il Regno Unito. Una somma che, secondo lo studio, dovrebbe automaticamente accelerare gli investimenti in questo campo e, dunque, la sua capacità di creare valore attraverso un’economia circolare per uno spazio sostenibile.

Per una space economy circolare

Una futura economia circolare per lo spazio può essere dunque finanziariamente redditizia, con conseguenze potenzialmente positive per la riduzione dei rischi, l’efficienza delle risorse, l’occupazione aggiuntiva ad alto valore e la conoscenza dei cambiamenti climatici, la scienza, il monitoraggio e l’utilizzo dei dati per i sistemi di allerta precoce.

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