L'INTERVISTA

Pajewski, Gran Sasso Tech: “L’Italia sfrutti l’innovazione accademica per potenziare la filiera”

Il direttore generale della Fondazione: “Bene la legge ad hoc annunciata dal governo, ma bisogna sostenere di più organismi come il nostro e investire sulle competenze per evitare l’emorragia di talenti”

28 Dic 2023

Federica Meta

Sfruttare l’innovazione accademica per sviluppare le filiere industriale: questa è la sfida che l’Italia dello Spazio deve vincere nei prossimi anni. Ne è convinto Alessandro Pajewski, direttore generale della Fondazione Gran Sasso Tech, che delinea i punti di forza del nostro Paese ed evidenzia il ruolo cruciale dell’organismo di ricerca senza fini di lucro, nato dalla collaborazione tra il Gran Sasso Science Institute e Thales Alenia Space, per la crescita del settore.

Pajewski,  Gran Sasso Tech (Gst) è un organismo di ricerca no profit di altissimo livello: quali sono i progetti strategici di cui vi state occupando in questo momento?

Gran Sasso Tech ha introdotto un anno fa un modello rivoluzionario in cui la ricerca pubblica e quella industriale collaborano sullo stesso piano nella pianificazione strategica, nella governance e nell’esecuzione di progetti grazie a team ibridi di ricercatori universitari e aziendali. Per quanto riguarda le attività di R&D abbiamo messo a disposizione della comunità scientifica la piattaforma satellitare 2MF Nimbus come architettura aperta per missioni spaziali, e partecipiamo a numerosi progetti internazionali a cominciare dalla missione di fisica delle astroparticelle Nuses, il cui lancio è atteso per il 2026. Sviluppiamo nuove soluzioni hardware (sensoristica, sistemi radar e ottici) e software (applicazioni di intelligenza artificiale e per comunicazioni) in ambito spaziale con la possibilità di ricadute per applicazioni terrestri. In questi ambiti abbiamo appena sottoscritto un accordo di collaborazione scientifica con il Segretariato Generale della Difesa.

Presidiate anche un fronte di tecnologie d’avangardia…

Ci occupiamo  di sviluppare digital twins e software di robotica per sistemi produttivi industriali (con una partnership che include Leonardo SpA abbiamo appena vinto un importante bando europeo sul tema) e applicativi per l’osservazione della terra. Infine sviluppiamo soluzioni tecnologiche avanzate per la ricerca nel campo dei Beni Culturali. Per quanto riguarda la formazione, assieme a Thales Alenia Space Italia abbiamo contribuito a creare un nuovo corso di Dottorato Innovativo presso il Gran Sasso Science Institute, organizziamo convegni scientifici internazionali e abbiamo in cantiere un ambizioso programma internazionale per formare tecnologi di agenzie spaziali.

Gst ha un osservatorio privilegiato sulla filiera dello Spazio italiana: ci può delineare quali sono i punti di forza e quali, invece le criticità?

L’analisi della filiera spaziale Italiana è un tema complesso, visto che come sistema paese abbiamo importanti eccellenze ma anche dei punti deboli. Per esempio, siamo all’avanguardia in tutti i settori collegati alla manifattura di precisione e offriamo costi molto bassi rispetto al resto d’Europa. D’altro canto scontiamo la mancanza di una vera industria dei componenti elettronici. Ci tengo a sottolineare che l’Italia produce ricerca all’avanguardia nel settore spaziale, come dimostra il terzo posto globale nell’ Aspi’s Critical Technology Tracker per le tecnologie legati agli “small satellite”. La sfida è riuscire a sfruttare l’innovazione accademica per sviluppare le filiere industriale. Inoltre l’Italia disperde una gran parte del proprio capitale umano di ricercatori altamente qualificati che si trasferiscono all’estero attratti da migliori prospettive di carriera.

Come intervenire per risolvere queste criticità?

Credo bisognerebbe investire di più e meglio come sistema paese in modelli dedicati allo sviluppo di applicazioni tecnologiche. Gli incentivi nelle università pubbliche italiane non sono allineati per favorire lo sviluppo di applicazioni e il trasferimento delle tecnologie, e d’altro canto le industrie sono legate a logiche di mercato che limitano la propensione ad assumere rischi per sviluppare progetti di R&D e baso TRL o ad alto rischio. Dovremmo riempire questo spazio tra questi due mondi: con Gran Sasso Tech stiamo proponendo un  possibile modello. Su alcuni settori, come quello del silicio, credo sia imprescindibile un piano strategico a livello nazionale.

Il governo ha annunciato una legge ad hoc per il settore Space: cosa servirebbe a un’organizzazione come Gst per proseguire al meglio le attività di ricerca e innovazione?

Il Governo ha giustamente identificato il settore del “New Space” come strategico per il futuro del paese. Ma come spesso avviene per i modelli innovativi, a volte ci scontriamo con prassi burocratiche che hanno difficoltà ad inquadrare un organismo di ricerca senza fini di lucro ma con forma giuridica privata. In generale, mi auguro che le istituzioni pubbliche abbraccino questo nuovo modello collaborativo come un’opportunità formidabile per il sistema paese e che decidano di sfruttarlo, come già accade da decenni in paesi come gli Stati Uniti.

L’Italia ha uno storico problema di competenze digitali e il problema impatta anche nel settore Spazio: quali azioni si dovrebbero mettere in campo per colmare il gap?

Credo sia importante ripartire sin dalla scuola dell’obbligo, che in passato era uno dei punti forza del sistema paese, per sviluppare gli scienziati e i tecnologi del futuro. Gst sta collaborando con Fbk per testare a L’Aquila un nuovo programma educativo per le scuole superiori. Inoltre dovremmo fare di più per attrarre talenti dall’estero e trattenere in Italia i talenti che formiamo. Bisognerebbe offrire stipendi competitivi su standard internazionali, cosa che non avviene nel pubblico e spesso neanche nel settore privato, ma anche fornire prospettive di carriera che siano appaganti e stimolanti per le ambizioni di crescita personale.

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